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Giovedì, 08 Marzo 2018 09:55

Piccoli dettagli? Non così piccoli

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Piccoli dettagli? Non così piccoli Creative commons

È risaputo che negli Stati Uniti non c’è niente di piccolo... Quando durante i corsi di formazione mostriamo dei filmati di classi Montessori americane al lavoro, ci sono sempre insegnanti italiani che osservano con un po’ di rammarico: «Ma noi non abbiamo la fortuna di avere spazi così grandi...».

Siamo del tutto sicuri che si tratti sempre di una fortuna? Visitavo di recente una scuola Montessori in Michigan. Una scuola aperta circa sei anni fa, proprio carina, con insegnanti molto bravi e dove si sentiva tanto amore nei confronti dei bambini da parte del personale. A dire il vero, penso di non aver mai visto una qualità di accoglienza così alta. Hanno anche aule davvero grandi. In confronto, l’aula della mia classe romana «modello» avrà solo un terzo di quel bello spazio, con pure più bambini! Ma devo dire, senza nessun orgoglio europeo, che le cose qui funzionano «meglio».

In effetti, appena entrata nella sezione della scuola dell’infanzia in Michigan, la mia prima impressione fu quella di un «troppo pieno», che si accompagnava ad una sensazione di confusione e dispersione. È anche vero che quel giorno mancava un’insegnante, e quindi la dinamica era diversa, ma non penso che questo fatto spieghi tutto. Guardandomi intorno, il mio occhio non si poteva riposare su uno spazio vuoto. Ogni porzione di spazio era occupata da tante cose, a volte piccole e spesso molto carine. Ma per me erano troppi stimoli. Mi sono pure chiesta se alcuni bambini un po’ agitati non condividevano con me questa sensazione di troppo pieno, che in loro è esasperata dato che sono nel pieno del periodo sensitivo dell’ordine.

Ma che cos’è l’ordine e che obiettivo persegue? Non è solo un principio teorico enunciato da una Montessori ossessionata dalla sua formazione di medico, e quindi da uno sguardo scientifico dove «ordine» potrebbe fare rima con «sterile». Non è una cosa rigida che obbedisce a regole astratte per dare una buona impressione a eventuali visitatori, riassunte in istruzioni per l’uso universali per una catena di allestimento di strutture Montessori. L’ordine invece è una cosa viva, qui ed ora, che non è mai un fine in sé stesso. Se per l’adulto l’ordine appartiene piuttosto alla categoria dell’estetica, per il bambino piccolo, anche fino a circa sei anni, l’ordine è proprio un bisogno:

«Si direbbe che l’ordine rappresenta uno stimolo eccitante, un richiamo attivo: ma è certo qualche cosa di più che questo, è uno di quei bisogni che rappresentano reale godimento nella vita. [...] L’ordine delle cose vuol dire conoscere il collocamento degli oggetti nell’ambiente, ricordare il luogo dove ciascuno di essi si trova: cioè vuole dire orientarsi nell’ambiente e possederlo in tutti i suoi particolari. L’ambiente che appartiene all’anima è quello noto, quello dove ci si può muovere ad occhi chiusi e trovare a portata di mano tutto ciò che si cerca: è un luogo necessario per la tranquillità e la felicità della vita. [...] Per l’adulto si tratta di un piacere esterno, di un benessere più o meno indifferente. Ma il bambino si forma a spese dell’ambiente, e tale formazione costruttiva non si effettua secondo una formula vaga, poiché esige una guida precisa e determinata. L’ordine, per i piccoli, è simile al piano di sostegno su cui devono appoggiarsi gli esseri terrestri per poter camminare: esso equivale all’elemento liquido entro cui nuotano i pesci. Nella prima età si raccolgono gli elementi d’orientamento dall’ambiente nel quale lo spirito dovrà agire per le sue future conquiste» (Il segreto dell’infanzia, pp. 72-73).

Uscendo da questa classe, non avevo la sensazione di serenità che mi colpisce sempre quando visito una classe Montessori al lavoro, di qualsiasi grado essa sia. Mi ricordo l’osservazione di una corsista che diceva che la prima volta che aveva visitato una struttura Montessori aveva avuto l’impressione di entrare in uno Spa: essenzialità, equilibrio, chiarezza, relazioni ovvie tra le cose. Chiaramente non si tratta qui di stabilire un ordine freddo come quello delle riviste di decorazione, che ci presentano ambienti dove sembra che nessuno viva. È un ordine vissuto, pensato, dove tutto deve essere ragionato: ogni cosa al suo posto, in ordine.

Il primo mobile che ho visto all’ingresso era un armadietto con i cassetti dei bambini. Si trattava di una struttura di legno con cassetti di plastica colorati, ma alcune delle stecche che reggevano i cassetti erano rotte, e quindi i cassetti erano di traverso, oppure altre erano scomparse, e allora i cassetti erano impilati gli uni sugli altri. In questo caso era quasi impossibile per un bambino sistemarvi il suo lavoro. Di più alcune targhette con i nomi erano sparite e non si poteva sapere di chi era il cassetto in questione. Abbiamo qui un esempio chiaro di quanto sia importante l’ordine: se non metto i bambini in condizione di essere ordinati e di mettere il loro lavoro a posto, me la devo prendere solo con me stessa. In questo caso, basta un intervento non troppo complicato: si tratta di sistemare le parti rotte del mobile. Forse la questione è anche a monte: alcuni mobili che si trovano nei cataloghi non hanno come primo obiettivo quello di essere pratici, ma piuttosto di essere «carini». Come sempre, l’adulto deve avere bene chiaro in mente qual è l’obiettivo del materiale prima di sceglierlo.

Ho notato anche che alcuni bambini impiegavano tanto tempo prima di scegliere un lavoro: la scelta era molto, troppo ampia. Mi sono rivista al supermercato in Belgio quando devo scegliere tavolette di cioccolata e mi ritrovo davanti a ben cinquanta tipi diversi, scelta molto più ardua che quando ce ne erano solo dieci. Mi veniva voglia di togliere alcuni materiali in doppio o anche in triplice esemplare. Perché poi è logico che è più difficile mantenere l’ordine quando si hanno tante cose. Una bambina ha avuto qualche difficoltà a rimettere a posto il vassoio del suo lavoro. Ha dovuto prima lasciarlo su un tavolo per fare posto tra i vassoi presenti sulla mensola, solo dopo questa mossa lo spazio era sufficiente per il suo. In effetti sulla mensola c’erano tanti lavori, quindi stavano molto stretti. Guardandomi intorno, mi sono resa conto che era una caratteristica di quasi tutte le mensole. Certo, non è cascato il mondo, ma se vogliamo trasmettere il messaggio che l’ordine fa parte del lavoro ed è una cosa necessaria e piacevole per conservare un ambiente attraente e invitante, dobbiamo anche prendere le misure adeguate.

Per diverse ragioni l’essere umano ama la profusione, in qualche modo ci tranquillizza. Come se il vuoto ci facesse paura... Abbiamo paura che il bambino si annoi, pensiamo che tutto dipenda da noi e quindi preferiamo avere a disposizione tanti, troppi materiali per evitare la noia. In questo caso siamo noi al centro, e non il bambino con le sue ingenti potenzialità. E questo è vero soprattutto per il materiale «casalingo»: l’orgoglio di avere prodotto un materiale carino con le nostre mani ci può far entrare in una specie di frenesia di costruzione, che ci fa perdere di vista l’obiettivo da raggiungere con ogni lavoro. Perché avere tanti esemplari dello stesso travaso, dove a cambiare è solo la sfumatura dell’acqua colorata, o diversi esercizi di aritmetica che hanno tutti lo stesso obiettivo, ma cambia solo il tipo di materiale usato? Maria Montessori era ben consapevole di questa tentazione, e quando raccomandava di avere un solo esemplare di ogni materiale, forse voleva anche prevenire questa tendenza umana, soprattutto quando lo spazio a disposizione è molto. Ricordiamoci anche che dietro ogni principio enunciato dalla Montessori c’è sempre una ragione buona per il bambino. Il fatto che ci sia un solo esemplare è una cosa molto educativa, soprattutto per i bambini di adesso che sono abituati a ricevere tutto subito, anche prima di averne sentito il bisogno. È importante saper aspettare il proprio turno, gestire la frustrazione e capire che l’attesa è anche una cosa positiva che consente tra l’altro che si sedimenti il risultato delle mie esperienze. Lo dice la stessa Montessori che sono spesso i bambini che hanno rivelato usi del tutto inaspettati del materiale, come le combinazioni tra torre rosa e scala marrone. Ma per questo non serve la dispersione, ma la concentrazione. Senza poi cadere nell’altro estremo dove si sceglie di avere pochissimi materiali per forzare il bambino a ripetere lo stesso lavoro.

In questo campo entra molto in gioco la personalità dell’insegnante. Se sono una persona che non ama il vuoto e che ha bisogno di riempire lo spazio per essere rassicurata, se in altre parole una certa confusione di cose mi dà una sensazione di «pieno», avrò tendenza a fare lo stesso nella mia classe. Una mia amica educatrice al nido si lamentava di una sua collega che portava tante cose da casa per decorare il nido: fiori di plastica, soprammobili non sempre di buon gusto. In questo caso è il bene del bambino che deve prevalere sulla mia difficoltà a disfarmi di un oggetto personale.

È vero, non è facile costruire un ambiente attraente e ragionato dove il posto di ogni cosa è pensato e verificato. Lo spazio non è fatto per essere riempito di cose, ma per consentire al meglio l’esperienza del bambino, la sua esplorazione. Per monitorare la costruzione dello spazio sarebbe utile ogni tanto fermarsi a osservare se ci sono spazi dove i bambini non vanno mai, o se ci sono materiali che non sono mai scelti. Fare una specie di inventario. Per rimediare al «troppo», si potrebbe applicare il principio di togliere un materiale che non è più usato da tanto tempo prima di introdurne uno nuovo. Devo anche pensare all’uso che faccio dei loro lavori: se dipingono su fogli molto grandi e poi li lascio tutti arrotolati in equilibrio su un mobile, non contribuisco a dare un esempio di ordine. Quando si tratta di ordine sono proprio le piccole cose ad avere una grande importanza.

Pubblicato in MoMo n. 6 del maggio 2916

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