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Venerdì, 23 Marzo 2018 15:35

Che ci fa un uomo nei servizi per l’infanzia? Breve riflessione su un’esperienza

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Vorrei scrivere queste righe con una certa prudenza. Non sono un esperto degli argomenti che si stanno discutendo in questo numero della rivista: la mia vuole essere una testimonianza che si basa sulla mia esperienza personale e professionale.

Mi limito perciò a raccontare la mia esperienza così come ricordo di averla vissuta nel periodo in cui ho svolto il ruolo di insegante di scuola dell’infanzia presso una scuola dell’infanzia comunale del comune di Carpi di Modena.

Ormai da diversi decenni mi occupo, come pedagogista, di servizi per l’infanzia e da sempre il mio lavoro, i miei scambi e le mie interazioni hanno a che fare con le donne perché sono pochi e rari gli uomini che si occupano dei servizi che hanno a che fare con il rapporto di cura nei confronti dei bambini piccoli. Allo scopo di evitare qualsiasi generalizzazione, mi limito perciò a proporre alcune riflessioni personali a partire da alcune esperienze che hanno riguardato il mio lavoro.

Ancora molto giovane, intorno alla fine degli ormai lontani anni Settanta del Novecento, come giovane diplomato dell’Istituto Magistrale, avevo fatto due scelte in contemporanea: quello di iscrivermi al corso di laurea in Pedagogia e quello di cercare un lavoro in ambito educativo. Il caso ha voluto che mi imbattessi in un bando di concorso per alcuni posti di scuola dell’infanzia presso un comune della bassa emiliana. Mi sono così ben presto trovato a fare il maestro di scuola dell’infanzia ed ero l’unico maschio di un gruppo di ventiquattro persone che lavoravano nella struttura. Senza dubbio ho trovato un gruppo di persone accoglienti, disponibili e tolleranti nei confronti della mia scarsa esperienza, disponibili ad aiutare ed a supplire alle mie carenze. Insomma, mi sono trovato circondato da affetto e benevola protezione.

Nel giro di pochi mesi, benché mi trovassi ancora con evidenza alle prime armi, quando arrivò il momento in cui doveva essere eletto un coordinatore referente, fui indicato, dopo una breve discussione, all’unanimità come candidato unico senza che mi fossi esplicitamente dichiarato. Sembrava una carica che mi spettava di diritto per la semplice appartenenza di genere. Almeno questa è stata la mia impressione di allora. E, almeno per quello che ricordo, ho avuto compito facile: ricevevo suggerimenti e indicazioni, venivo aiutato secondo le necessità che si presentavano e ricordo di non essermi mai trovato solo a risolvere questioni difficili. Il gruppo mi ha insegnato con pazienza a svolgere un ruolo di coordinamento, come se si trattassi di un diritto naturale. Non che non avessimo problemi al nostro interno. Il mio ricordo è quello di un gruppo che aveva non pochi subbugli e conflitti al suo interno, ma all’esterno appariva (o meglio doveva apparire) omeostaticamente equilibrato nella sua unitarietà.

Non si trattava probabilmente di una fiducia totale e piena anche se nel complesso godevo – almeno credo – di un certa stima. Avvertivo nello stesso tempo una certa fiducia e una presa di distanza. Venivo premiato e insieme allontanato, riconosciuto e, per così dire, collocato altrove. Quando una persona diventa un “capo” in un gruppo, da un lato continua a far parte del gruppo, ma dall’altro diventa anche altro, una figura ponte, collegata ma anche esterna. Difficile dire ora che cosa significava questo: da un lato la conferma dell’appartenenza al genere (l’unico maschio in un gruppo di donne) e quindi un riconoscimento sociale della mia appartenenza; dall’altra però un garbato e silenzioso allontanamento dal gruppo.

Per la verità, l’investitura ricevuta comportava poche incombenze oltre al ruolo di referente e di mediatore fra il servizio e gli uffici centrali. Era perciò piccola cosa e questo non mi impediva di svolgere a tempo pieno il ruolo di insegnante di scuola dell’infanzia. Su questa funzione mi sono buttato a capofitto: mi avevano affidato un gruppo di circa bambini fra i tre e i quattro anni (in quel periodo era previsto un solo insegnante per sezione e il numero dei bambini per classe era più alto). Mi sono buttato a capofitto, con giovanile ardore e con il sapore di stare scoprendo di qualcosa di nuovo, anche se molto faticoso.
Non ricordo di madri o padri che manifestassero perplessità nei confronti della mia figura. Anzi, manifestavano un certo interesse e volevano capire. Le loro attese erano che una persona di relativa giovane età e maschio, avrebbe di buon grado agito in modo trasgressivo rispetto all’atteggiamento relativamente più conservatore delle donne. Come dire: le insegnanti donne sono per lo più protese all’ordine, al rispetto delle regole e ad una trasmissione tradizionale delle conoscenze e dei saperi. Un uomo poteva essere altra cosa, poteva mettere in discussione le regole o applicarle in maniera più approssimativa e quindi tenere la porta aperta se non proprio alla trasgressione, almeno al superamento delle pratiche stereotipate e sempre uguali a se stesse, come era tradizione in quegli anni. 

Insomma, la presenza maschile finiva per diventare fenomeno di flessibilizzazione e di rinnovamento, spezzando alcuni legami con il passato e proiettandosi maggiormente nel futuro. Ancora una volta cioè la figura maschile sembrava venire presa come fatto eccezionale ed inconsueto (in grado di produrre dei cambiamenti interni, e quindi sicuramente ben vista ed apprezzata) e non come elemento consueto ed integrato. È quest’ultima la parola chiave che spiega questa esperienza: la figura maschile era (e probabilmente in alcune parti ancora è) una presenza insolita, un’eccezione, un elemento di cambiamento o di messa in discussione dell’assetto del momento. Vale a dire, un’eccezione.

Sapevo di poter fare delle cose che altre colleghe non avrebbero potuto fare allo stesso modo e con la stessa noncuranza senza essere soggette a critiche o anche giudizi negativi da parte delle colleghe. Appariva scontato che non sarei riuscito a rispettare pienamente le prassi consolidate che da tempo si ripetevano in modo uguale nella struttura. Sapevo che se avessi effettuato delle trasgressioni sarei stato più facilmente perdonato rispetto alla collega che era stata assunta insieme a me. Almeno era questa la mia convinzione, era questo ciò che comprendevo.

Non credo che la mia esperienza sia stata particolarmente emblematica. Non credo nemmeno che si potesse considerare predittiva. Appare evidente che in tutto questo le differenze biologiche non c’entrano. Ho conosciuto nel mio lavoro successivo qualche uomo inserito nei servizi per l’infanzia e non necessariamente le esperienze sono state le stesse. Tutto dipende dalle circostanze, dal contesto e dalla cultura del gruppo. In altre parole, la differenza di genere, a parte le personalità individuali dei protagonisti che interagiscono in un gruppo, appare essere eminentemente culturale. Sono i modelli culturali che attribuiscono ruoli e inclinazioni a maschi e femmine. Il ruolo della figura maschile può essere declinata in diversi modi e dipende da molte circostanze e condizioni diverse.

Il genere appare dunque come un’istituzione sociale, in cui si organizza la vita secondo ruoli e responsabilità differenti con relative norme e aspettative reciproche e con un controllo sociale differenziato, in cui un comportamento di un genere è approvato – se non addirittura incoraggiato – a differenza dell’altro. Nel mio caso, ciò che poteva apparire come una novità o una trasgressione poteva senz’altro essere letto come la soddisfazione di aspettative di un ruolo definito informalmente ma non per questo meno potente.

Sul piano pedagogico si stava pagando probabilmente un’identità stereotipata della donna vissuta e interpretata in modo fisso e immutabile che si ripercuoteva anche nelle pratiche educative. Il maschio serviva per modificare ciò che per una femmina sarebbe apparsa come una trasgressione.

Da allora ad oggi è cambiato molto poco. La presenza maschile nei servizi dell’infanzia si è ulteriormente diradata: ora la presenza del maestro nella scuola primaria si è notevolmente ridotta rispetto al passato e presso il nido o la scuola dell’infanzia rappresenta ancora una sporadica e rara eccezione che finisce per non fare testo.

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